1° - Rain
Pioveva.
Rivoli d’acqua corrente, grigi fiumi che sciacquavano il mondo dai suoi peccati, precipitavano dal cielo oscuro. L’olezzo indistinto e fastidioso dell’umidità rendeva appiccicosa l’aria, quasi che riuscisse ad aderire alla pelle come una patina scivolosa e soffocante.
Fuori, mentre la pioggia battente rimbalzava sulle loro teste con gocce pesanti come macigni, mentre gli schizzi si infrangevano sullo loro spalle fragili con la violenza del temporale, si erano ritrovati soli.
Però, in qualche modo, era la prima volta che accadeva.
Si era trattato di un senso di solitudine diverso, impossibile da condividere, di fronte al quale empatia e capacità di comprensione apparivano totalmente inutili.
E poi L aveva udito l’eco delle campane. Le aveva sentite suonare la loro canzone.
Un groppo in gola gli aveva rubato il respiro, soffocandolo in una morsa calda e struggente al tempo stesso. L’aveva trovata dolorosa, eppure misteriosamente dolce, simile ad un abbandono metafisico, ad un distacco forzato dalla terra.
Si era sentito perso nella bufera; sarebbe tornato dentro, se quel lento naufragare non gli fosse apparso assurdamente piacevole.
Il fascino della tristezza aveva sedotto anche lui, sciogliendo in una vaghezza fatta di incertezze e dubbi, al sapore nostalgico delle labbra di Light.
Benché non riuscisse a capacitarsi della turbolenza che gli sconvolgeva l’animo inquieto, nonostante non l’accettasse pienamente, si lasciò prendere e portare via dai rintocchi melodiosi delle campane.
Si voltò nella direzione di Light, rivolgendogli un solo ed intenso sguardo e, sebbene le sue intenzioni fosse inquisitorie, un dettaglio sottile sfuggiva al suo controllo.
-Sei sempre stato sincero con me, Light?
Quel silenzio che seguì, carico di aspettative di fragili rassicurazioni, vanificò l’intento di celare la verità.
Light tentò di dissimulare, rispondendo su linee generali che esulavano dal discorso:
-Ryuzaki, tutti mentono, non sono di certo il primo. Tutti lo fanno, dovresti saperlo.
Non era questo quello che gli aveva chiesto.
Ma L non pretendeva una risposta.
Se non fosse stato per quel sentore romantico di fragilità e dispiacere –se non fosse stato per i rintocchi delle campane- avrebbe lasciato perdere.
Alzò gli occhi al cielo, coperto dalla spessa coltre di nuvole, cumuli di grigi diversi ed indefinibili che sfuggivano alle definizioni nette delle sfumature di colore, e si domandò se in fondo la sua anima non avesse un po’ quell’aspetto.
Se avesse proseguito, aguzzando la vista, si sarebbe accorto che il cielo stava piangendo.
Gli regalava le sue lacrime, benedicendolo con il suo elemento più puro.
L’acqua scorreva lungo il suo profilo, disperdendosi in gocce e molecole di trasparente bellezza.
Inafferrabile e sfuggente gli accarezzava il collo, restando intrappolata per sempre tra le maglie sottili di cotone bianco.
Gli occhi di Light invece continuavano a sfuggirgli.
L sapeva che non sarebbero mai stati suoi; ricercandoli tormentosamente, incapace di trovarli, se ne rese irrimediabilmente conto.
Tragica fatalità, il volume s’abbassò in tintinnio ed infine cessò, abbandonando L a se stesso.
Con il fiato sospeso ed il cuore in mano, sotto una volta celeste che piangeva per lui, restò solo.
Un puntino nell’infinita vastità dell’universo.
* * *
-Che cosa fai, Ryuzaki?
L si lasciò scappare un mezzo sorriso amaro, poi, attorcigliando l’asciugamano morbido attorno al polso, riprese ad accarezzargli dolcemente il dorso del piede.
-Ti faccio un massaggio. Sono piuttosto bravo.
Light sbuffò, volgendo lo sguardo di lato.
-Fai come credi.
Rabbrividì, sentendo lentamente tutti i legamenti distendersi, avvolti da quella piacevole sensazione d’abbandono. S’irritò per quella contrastante percezione dei fatti, perché non era ciò che desiderava; si sentiva come Giuda, prima del bacio del tradimento.
Ma era lui il salvatore dell’umanità, il fondatore di un nuovo mondo di giusti.
Per quanto fosse dannatamente erotico lasciarsi andare alle carezze di Ryuzaki, nulla avrebbe cambiato il corso degli eventi: l’avrebbe ucciso.
Se solo le sue dita non fossero state così lunghe, così esperte, così asserventi al suo rilassamento fisico, Light l’avrebbe scansato in malo modo. Nessuno aveva mai ottenuto il permesso di sfiorarlo, nessuno aveva mai avuto contatti con la sua pelle nuda. Ryuzaki tuttavia riusciva ad offrire qualcosa di diverso dagli altri.
Glielo leggeva nello sguardo, vivido e fulgido anche dietro le occhiaie spesse, le palpebre abbassate. Quel giorno una fiamma nuova brillava riflessa nelle sue iridi nere, nonostante il tempo da vivere rimastogli sfuggiva rapido, come sabbia tra le dita, granelli dispersi nel vento.
Quella polvere avvolgeva Light, lo abbracciava in un vortice di perdizione e fatalità, penetrava i suoi polmoni con la violenza di una ventata d’aria gelida. Lo soffocava.
Gli sfuggì un gemito; si morse le labbra per trattenersi, mentre un secondo gli spalancava la bocca con la forza, spezzando quella chiusura ermetica vana e debole. Pensò di trovare un ghigno di scherno dipinto sul viso dell’altro ed invece lo colse intento a contemplare il lento inclinarsi del collo del piede, la piega della caviglia, le vibrazioni nel suo corpo.
Ryuzaki aveva compreso.
Ogni goccia caduta -infranta- sull’epidermide umida di Light, ciascuno di quei tocchi che parevano plasmare la carne, ogni gemito strappato all’ostinazione del silenzio erano andati già persi. Non rimaneva nulla della sua umanità svelata, il tempo se la portava via. Presto o tardi Light l’avrebbe sostituito, avrebbe colmato il vuoto della sua scomparsa con altro –con se stesso-.
Si sarebbero separati con un arrivederci che sapeva d’addio.
Valeva la pena di vivere appieno il tramonto prima del calare della notte?
Light afferrò il proprio asciugamano, allungandosi per asciugargli i capelli. Dalle punte scure altre gocce crollavano, schiacciandolo sotto il peso di una colpa che non si riconosceva. Gli era difficile sopportarne la natura, perché esse gli ricordavano lacrime che mai avrebbe visto, che mai l’avrebbero impietosito.
Eppure le tracce di un pianto invisibile sulle guance scavate di Ryuzaki lo trascinavano giù, lo portavano via con loro. La sua voce lo accompagnava, lo prendeva per mano.
E ciononostante lui l’afferrava, conscio di quanto questo fosse sbagliato ed anacronistico.
-Sono triste. Presto ci dovremo separare.
Light lo osservò: chinava con calma il capo, avvicinava le labbra alla pelle e parlava d’addio. Lo baciava e faceva trapelare accuse a cui non avrebbe risposto. Non si sarebbe tradito, nemmeno se avesse sviscerato la profondità dei suoi occhi; forse, nemmeno allora, L vi avrebbe trovato l’ombra di un’anima.
-Ryuzaki, verrò a trovarti ancora. Non vedo quale possa essere… Hey!
L lo interruppe bruscamente, mordendogli la caviglia. Replicò acre:
-Non mi piacciono le bugie, Light.
Fece salire di prepotenza l’orlo dei pantaloni, piegandoglieli a metà polpaccio. Lo graffiò con le unghie corte di proposito, ma il tono con cui si esprimeva rimaneva neutro. Solo a volte inciampava in un’insolita tenerezza.
-Allora, mi fermo… O andiamo avanti?
Light provò ad indietreggiare, strabuzzò gli occhi. Mentre si affrettava a balbettare il suo diniego, la resa dei sensi prese il sopravvento.
Che stupido umano.